“… ma ora, o Dio, fortificami.” (Neemia 6:9)

Neemia sta lavorando alacremente alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme. Il suo è un lavoro approvato da Dio perché come egli stesso dice al versetto 8 del capitolo 2 “… la benefica mano di Dio era su di me.” Naturalmente, come di solito accade quando Dio, avendo un piano ben definito, per realizzarlo, si usa dei Suoi servi, c’è qualcuno che cerca di ostacolarne la realizzazione. Infatti anche Satana ha i suoi servi e nel caso di Neemia, si stava usando di Samballat, Tobia e Ghesem, i quali invitano Neemia a ritrovarsi insieme amichevolmente, ma il loro intento, come Neemia stesso dice, “era quello di fargli del male” (cfr. Neemia 2:6).
Neemia non cerca di intavolare un discorso o una trattativa, ma semplicemente manda a dire: “Io sto facendo un gran lavoro, e non posso scendere. Il lavoro rimarrebbe sospeso se io lasciassi per
scendere da voi”. Ma questi uomini non desistono, e, visto l’insuccesso dei primi quattro inviti amichevoli, il quinto è di natura intimidatoria: sarà riferito al re, che i giudei, con a capo Neemia vogliono ribellarsi. Vieni dunque mandarono a dirgli, e parliamone assieme. Neemia fece quello che la Parola di Dio invita a fare a tutti i servi di Dio:

“Resistetegli stando fermi nella fede.” (I Pietro 5:9)

Neemia, davanti alle calunnie di quegli uomini non indietreggiò, non cedette, ma continuò il lavoro affidatogli da Dio. Neemia capiva bene lo scopo del nemico, che era quello di impaurire il popolo, in modo che il lavoro s’interrompesse. Per questo, riconoscendo la propria debolezza e fragilità afferma dal più profondo del cuore: “Ma ora, o Dio, fortificami.”
Sa di essere debole e bisognoso di forze e le chiese a Colui ch’è pronto a fortificare tutti quelli che vanno a Lui con fede.
Sia questo il grido e il desiderio profondo dell’anima nostra in modo che possiamo terminare il lavoro che il Signore ci ha affidato.

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