“Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti tristi. Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni»? Egli disse loro: «Quali»? Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso».”  (Luca 24:17-20)

GLI ATTI DELLA PAROLA

In questi versetti è riportata una porzione del discorso tra Gesù e due dei suoi discepoli. Dopo la sua morte essi stavano tornando, molto scoraggiati, nel loro paese d’origine. Pensavano che la loro avventura di discepoli fosse finita il giorno della crocifissione. Avevano seguito Gesù perché credevano sinceramente fosse il Messia promesso, ma vedendolo morto persero ogni speranza. Egli però era risorto e stava parlando con loro. Molto si potrebbe meditare riguardo questo episodio, ma poniamo la nostra attenzione su un dettaglio.

Come abbiamo letto, i discepoli, per via, parlano di Gesù e non lo definiscono “il Messia” perché vedendolo morto persero questa speranza in Lui, ma si riferiscono a Lui ponendo attenzione su una sua qualità particolare: Egli era un profeta potente in opere e parole! Parlandone così mettono in evidenza ciò che, del ministerio di Cristo, li aveva segnati profondamente. Era la testimonianza che Gesù aveva lasciato loro, e la loro non è un affermazione di poco conto.
Nasce spontaneo il confronto con Mosè, del quale è scritto che “fu istruito in tutta la sapienza degli Egiziani e divenne potente in parole e opere” (Atti 7:22). Colpisce l’ordine invertito dei termini. Mosè fu sicuramente un servo di Dio di grande esempio, anzi, nessun profeta è stato come lui (Deuteronomio 34:10-12), ma di Cristo vengono messe in evidenza innanzitutto le opere. E’ curioso il fatto che la parola “profeta” definisca proprio una persona che, da parte di Dio, “parla”. Certamente per il popolo ebraico era necessario che un profeta, per essere definito tale, accompagnasse le sue parole con una vita coerente al messaggio annunciato e delle opere a conferma di quest’ultimo. Ma citarne le opere addirittura prima delle parole costituisce un fatto senza precedenti.
Tra l’altro leggendo i primi versetti del Vangelo di Giovanni, possiamo apprendere che uno dei nomi di Dio Figlio, è proprio “la Parola” (Giovanni 1:1,14)! Quindi di un uomo che parlava da parte di Dio, e che noi sappiamo essere “la Parola” vengono messe in evidenza prima di tutto le opere? Non ci troviamo di fronte ad una discrepanza? Affatto.
Se leggiamo attentamente i versi del Vangelo di Giovanni, possiamo notare che la Parola aveva una peculiarità: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di Lei; e senza di Lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” (Giovanni 1:3).
Forse ora i conti tornano, siamo davanti ad una Parola differente dalle solite parole. Egli è la Parola! Una Parola operante, eterna ed onnipotente, tramite la quale ogni cosa ha trovato compimento e sussiste ancora (Salmo 119:90). Leggendo il primo capitolo della Genesi, ci possiamo rendere conto di come questo fosse vero; la parola pronunciata da Dio non consisteva in una solenne proclamazione di voler creare l’universo, e ad essa non segue la narrazione di un lento e faticoso atto divino di formazione. Tutt’altro, per il Signore è tutto molto più semplice, alla parola pronunciata ogni cosa aveva già compimento, senza mezzi termini: “Dio disse: «Sia luce!» E luce fu” (Genesi 1:3). La stessa cadenza è riscontrabile nel ministerio terreno di Cristo. Egli non pronunciava delle parole senza peso, anzi, ogni sua parola era vera, adatta, detta nel momento giusto, ed aveva in se una potenza trasformatrice tale da capovolgere situazioni disperate (Marco 7:34,35; Matteo 8:13,16), e penetrare nell’intimo del cuore degli uomini (Giovanni 4:41-42; 20:27-28).

Notiamo quindi che, in Cristo Gesù, parole ed opere sono coese tra loro, inscindibili, le une sono accompagnate dalle altre, ma allo stesso tempo nessuna delle due precede o prevarica l’altra, esse sono un tutt’uno, entrambe sono la manifestazione esteriore del pensiero di Dio in tutta la sua linearità.

Ci rendiamo conto di chi è il nostro Signore Gesù? C’è una tale potenza nelle Sue parole, e noi spesso tendiamo a dubitarne perdendo la fede in esse. Ecco perché Gesù esaltò la fede di quel centurione che gli disse “dì una sola parola e il mio servo sarà salvo” (Luca 7:7). Quell’uomo dimostrava di conoscere un lato di Gesù che gli altri ancora non avevano afferrato: la potenza e l’affidabilità delle sue parole; sapeva che Gesù poteva, ed anche voleva, guarire il suo servo, ed aveva estrema fede in Lui. Quale differenza si nota guardando ai discepoli stessi che, leggendo il capitolo immediatamente successivo del Vangelo, troviamo ancora increduli davanti alla potenza della parola di Gesù (Luca 8:25).

Non v’ingannate, fratelli miei carissimi; ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento.” (Giacomo 1:16-17)

Quante promesse ci ha fatto Gesù? Quante ne possiamo leggere nella Bibbia? Sono tantissime! Ed egli ha già preparato per noi dei doni meravigliosi che dobbiamo solo afferrare, ma essi vengono dall’alto, vanno perciò ottenuti mediante la fede! Come abbiamo letto in questo versetto, Gesù Cristo, il Creatore di ogni cosa, non cambia ed è ancora intenzionato ad intervenire potentemente nelle nostre vite (Ebrei 13:8), ma la questione è: “quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra” (Luca 18:8)?
Troppo facilmente siamo disposti a credere che Dio non voglia operare nelle nostre vite. Chiusi nella nostra cecità spirituale non riusciamo a scorgere la Sua mano all’opera e pensiamo che ciò sia conseguenza di un suo disinteresse nei nostri confronti. Dobbiamo in realtà domandarci: “abbiamo davvero fede in Lui”? Queste nostre reazioni sono, in realtà, la naturale conseguenza della nostra incredulità; l’apostolo Giacomo invece, conoscendoci bene, nella sua epistola insegnava: “chiedete con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore, perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie” (Giacomo 1:6-8).
Cari, quale grande virtù è la fede viva! Nelle scritture il Signore Gesù ci incoraggia continuamente con le sue promesse, ma esse sono accompagnate dal grido del suo cuore: “abbiate fede in me” (Giovanni 14:1)! Non dubitiamo delle sue parole, piuttosto impariamo a chiedere secondo la Sua volontà (Giacomo 4:3) e ad aspettare con fede (Giobbe 35:14).

“…così è della mia parola, uscita dalla mia bocca:
essa non torna a me a vuoto,
senza aver compiuto ciò che io voglio
e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.” (Isaia 55:11)

Dio vi benedica.

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